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TERESA CASINI

Teresa CasiniFu un ben strano funerale quello che attraversò le vie di Grottaferrata, antica e pittoresca cittadina dei celebri “Castelli Romani”, la mattina del 28 aprile 1949. Accompagnato da una grande folla assiepata ai lati delle strade, un lungo corteo funebre composto da fanciulli, seminaristi, sacerdoti, religiosi, suore ed un vescovo uscì dal cimitero cittadino portando il feretro riesumato di una consacrata morta ben dodici anni prima.
L'imponente processione sostò una prima volta nella chiesa parrocchiale, dove un giovane prete, arrivato solo pochi anni prima al sacerdozio e proprio grazie alle cure della defunta, tenne un commovente discorso commemorativo. Poi il corteo si mosse di nuovo, entrando nella monumentale Abbazia basiliana di Grottaferrata, i cui monaci, avvolti nei loro solenni paramenti orientali, celebrarono il rito delle esequie secondo la tradizione cattolico-bizantina. Tuttavia non era quella chiesa, stupenda ed unica al mondo per la spiritualità e l'arte che vi sono germogliate in mille anni, l'ultima meta del corpo custodito nella bara, che pure molte volte, in vita, aveva pregato di fronte all'amorevole sguardo dell'antica icona della Vergine incastonata al centro dell'altare maggiore della badia. La folla e i celebranti, infatti, proseguirono il cammino  fino alla cappella del meno appariscente Istituto delle Suore Oblate del Sacro Cuore di Gesù, nella quale riuscirono a trovare posto solo pochi dei presenti, mentre tutti gli altri riempivano l'esterno. Qui, finalmente, il coperchio de semplice sepolcro, costruito nella Cappella delle zelatrici, si aprì per accogliere quel corpo tanto venerato. Sulla tomba fu inciso solo un nome, Teresa Maria Casini, e poche parole a ricordo di quel che questa donna aveva compiuto:
Qui riposano le spoglie mortali della Madre Teresa Maria Casini, Fondatrice delle Oblate del Sacro Cuore di Gesù, nata a Frascati il 27 ottobre 1864 e morta a Grottaferrata il 3 aprile 1937. Anima grande e generosissima, visse, pregò, si sacrificò per il sacerdozio, lasciando alle sue Figlie la grande eredità del suo pensiero, del suo cuore, del suo esempio”.
Frascati e Grottaferrata distano tra loro appena qualche chilometro. Ai nostri giorni, anzi, formano praticamente un unico centro abitato che guarda Roma dall'alto, distesa ai piedi dei colli vulcanici dove sorgono i “Castelli”. Teresa Casini aveva vissuto, perlopiù in convento, nel piccolo spazio compreso in questo triangolo provinciale: Frascati, Grottaferrata, Roma. Era stata, la sua, un'esistenza spesa nel silenzio e nel sacrificio, alimentato dall'incomprensione dei parenti e dei concittadini che adesso, invece, la considerano una loro santa. Quell'eredità citata nelle parole scritte sulla lapide non era davvero piccola dunque e, con il passare degli anni le Oblate del Sacro Cuore di Gesù, stabilitesi ormai in tutti i continenti, continuano trarre da essa nuova linfa vitale.
Nella consapevolezza della piena validità, anche e soprattutto nel nostro tempo, del carisma di Teresa Casini, questa agile pubblicazione non ha la pretesa di dire alcunché di nuovo sulla Madre e  sulle Oblate, ma intende solo presentarne un breve profilo illustrato, utile a tutti e a tutte coloro che, per ispirazione del Signore, desiderano conoscere gli elementi essenziali della vita e della spiritualità di Teresa Casini. Chi, poi, sentirà il bisogno di attingere ad una parte maggiore dell' “eredità” lasciata dalla Madre Teresa troverà facilmente nelle altre più ampie pubblicazioni esistenti su di lei e, soprattutto, nel contatto personale con le Oblate le tracce ben più evidenti “del suo pensiero, del suo cuore, del suo esempio”.

Teresa CasiniTeresa Casini nasce a Frascati, primogenita di una famiglia di condizione agiata, nel 1864. Siamo negli ultimi anni dello Stato Pontificio, un periodo segnato da rivolgimenti politici e turbamenti sociali. Ma queste cose sfiorano appena la vita della piccola Teresa, che riceve un'educazione profondamente cattolica, alimentata dalla partecipazione quotidiana alla Messa e dalla pratica regolare dell'elemosina ai poveri della cittadina. Papà Tommaso, anzi, aveva voluto che i poveri di Frascati fossero perfino invitati al battesimo della figlia, il 29 ottobre, e tutto fa pensare che le preghiere e le benedizioni invocate sulla piccola, in quel giorno, da quella gente misera e semplice ma, proprio per questo, più vicina a Dio, abbiano avuto un valore particolare per l'avvenire della bambina.
Tommaso Casini, purtroppo, muore prematuramente e Teresa viene allevata soprattutto dalla mamma, Melania Rayner, una giovane donna di origine belga, anche lei profondamente religiosa ma, essendo cresciuta in un ambiente intellettualmente stimolante e ricco di contatti sociali, molto lontana dal pensare per la figlia un futuro da suora.
Dalle suore, comunque, Teresa compie gli studi perché, come si usava nelle famiglie dela buona società ottocentesca, viene mandata a Roma, nel Collegio delle educande retto dalle Sorelle del Sacro Cuore, a S. Rufina in Trastevere. Qui Teresa riceve la prima comunione, il 7 maggio 1878, e avverte i primi segnali di una vocazione religiosa in cui la devozione al Cuore di Gesù avrà sempre un posto di primo piano.
Teresa, però, è anche una bambina dalla salute un po' cagionevole e l'ambiente del convento, che pure tanto l'attrae, sembra per altri versi respingerla provocandole continui malanni. Alla fine deve tornare a Frascati, dove la mamma, sempre secondo le usanze dell'Ottocento, cerca di preparare il suo debutto in sicietà. Agli inviti alle feste, però, Teresa preferisce i momenti passati in preghiera nella cappella di famiglia e la settimanale elemosina ai poveri. Inoltre sembra dare davvero poca importanza alle cose per cui andavano, e tuttora vanno pazze, le ragazze della sua età, tipo gioielli e bei vestiti. Una volta, giudicando un abito nuovo che gli era stato donato elegante sì però poco pratico, non esita a fargli un profondo taglio con le forbici, per ricavarne una capiente tasca.
Ad un certo punto la famiglia si trasferisce a Grottaferrata, nella casa del nonno materno. Qui Teresa conosce l'Abate basiliano Arsenio Pellegrini, una figura di sacerdote carismatico, intellettualmente molto preparato e spiritualmente assai esigente. L'abate è alla guida della famosa Abbazia di S. Maria di Grottaferrata dal 1882 e vi resterà fino al 1920, artefice della rinascita spirituale della badia, fondata mille anni fa da S. Nilo, e pioniere del dialogo tra l'occidente latino e l'oriente ortodosso. Padre Pellegrini sarà, per molti anni, il direttore spirituale e il consigliere di Teresa, almeno fino al momento in cui la stanchezza per i troppi impegni e le tante responsabilità accumulate non renderanno la sua direzione, prima tanto assidua e severa, distante e distratta. Ma perché questo avvenga devono passare parecchi anni.
Intanto, il desiderio di consacrarsi interamente a Dio si fa sempre più pressante. Tanto intenso che, ad appena diociotto anni, Teresa decide di diventare suora e Padre Pellegrini non esita ad indirizzarla verso la più stretta clausura, qual'era quella praticata allora in un monastero romano di clarisse poco distante dalla basilica di San Pietro in Vincoli, conosciuta da tutti perché ospita la statua del Mosé di Michelangelo e la reliquia delle catene che imprigionarono l'apostolo Pietro.
La clausura di quel monastero era talmente proverbiale che gli abitanti d'intorno chiamavano le sue monache “le sepolte vive”. L'idea di passare tutta la vita in un posto del genere avrebbe destato dei brividi in qualsiasi ragazza diciottenne, anche se fortemente motivata alla vita religiosa. A Teresa, invece, l'idea entusiasma e basta. A nulla valgono i tentativi, peraltro assai discreti, della mamma di dissuaderla da un passo tanto definitivo. Teresa entra tra le “sepolte vive”.

La “sepolta viva”     

Teresa CasiniTeresa intraprende con impegno il cammino della vita claustrale. Il suo comportamento è esemplare, conforme al proposito che rivela alla maestra delle novizie nel suo primo incontro con lei: “Madre, io sono entrata con l'idea di farmi santa, quindi mi metto nelle sue mani”. Un'idea che aveva sin da bambina e che ora cresce fino a diventare un bisogno, una necessità.
Dedica molto tempo alla preghiera e all'ascolto interiore. Una voce, dal profondo, sembra ammonirla: “sei entrata qui per apprendere la vita religiosa, ma non per restarvi”. Dapprima non la capisce, crede che sia una suggestione diabolica, però continua ad ascoltare. Passa, anzi, ancor più tempo in orazione, davanti al Santissimo Sacramento.
L'Eucarestia le da sollievo e consolazione, spingendola a meditare continuamente la passione del Signore, le indicibili sofferenze patite dal Suo Cuore trafitto dai peccati degli uomini. Teresa sente che questa sofferenza continua, perché continuamente molte anime non corrispondono all'amore universale di Gesù. Di fronte a tanta ingratitudine, cosa può fare una povera suora chiusa in un convento? Apparentemente nulla, eccetto l'essenziale: assumere su di sé quella parte che è umanamente possibile sopportare del dolore del Signore per condividerne, e in tutta umiltà alleviarne in qualche misura, la pena e, offrendo a Dio attraverso una tale espiazione quelle preghiere e quei sacrifici che altri gli negano, portare a Lui nuove anime.
Nell'ambiente religioso del XIX secolo la devozione al Cuore di Gesù, introdotta per prima da S. Maria Margherita Alacoque, e la pratica della spiritualità “vittimale” non erano una novità. Ciò che in Teresa appare nuovo è, però, l'intensità con cui questa vocazione si fa largo nella sua anima ed i vasti e impensati orizzonti di azione che, man mano, apre al suo spirito. Nella preghiera Teresa sente la sofferenza di Gesù e scopre che ciò che più d tutto lo rattrista è il tradimento dei cuori che proprio a Dio sono stati consacrati, i religiosi e i sacerdoti. Questo dolore lo vede, nel senso mistico dell'espressione, come una spina che trafigge il Cuore di Gesù.
La sua risposta è, allora, un sì incondizionato a tutto ciò che il Signore vorrà chiederle. Tutto, in nome e per l' “opera” di portare anime a Dio.
Tutto, anche rinunciare alla permanenza in quel monastero che pure immagina come la sua casa. Alcuni dubbi dell'abate Pellegrini, che comincia a cercare per lei un istituto maggiormente centrato sulla spiritualità del Cuore di Gesù, e, soprattutto, un grave peggioramento delle sue condizioni di salute rendono impossibile prolungare la sua permanenza tra le “sepolte vive”.
A quasi due anni dal suo ingresso la badessa decide che deve tornare a casa. “Signore, eccomi qui, fate quello che volete di me, se mi volete rimandare dalla vostra casa, vado, se volete ritenermi, resto e vi servirò”. Questa è la sua risposta.
La partenza, però, è dolorosa. In carrozza, la mamma ed il nonno sono tornati a riprenderla. La buona donna spera per sempre, ha perfino venduto la casa di Grottaferrata una comunità di suore per ritornare a Frascati, il luogo dove la sua bambina aveva trascorso la fanciullezza.
Ma, giusto il tempo di rimettersi in forze, ed anche a Frascati Teresa ricomincia a passare il tempo pregando il Sacro Cuore di Gesù, nella cappella a Lui dedicata nella chiesa di S. Rocco. Il suo voto, anziché scemare, si rafforza.

Quello compreso tra gli ultimi anni dell'Ottocento e i primi del Novecento è un periodo molto intenso della storia della Chiesa e tuttora assai studiato e dibattuto dagli storici. Si sviluppano nuovi fermenti. Alcuni destinati a maturare nel lungo periodo, altri ad esaurirsi nel volgere di pochi anni. L'abate Pellegrini, che si reca spesso a Roma e in Vaticano, viene a sapere che una donna, soprannominata “la poveretta del Cuore di Gesù”, vive ritirata nella soffitta della canonica di S. Lorenzo in Damaso, insieme con poche compagne, che intendono fondare la congregazione delle “Vere amanti del Cuore di Gesù”, una comunità di suore di clausura stretta dedite alla finalità di aprire scuole di perfezione cristiana per sacerdoti e laici.
Poteva essere il nuovo istituto adatto alla tempra ed allo spirito di Teresa, che vi viene indirizzata, nonostante qualche perplessità sulla possibilità di conciliare la clausura stretta con l'apertura di scuole. Teresa è accolta dalla “Poveretta”, ma impiega poco tempo per rendersi conto che nemmeno questo può essere l'approdo giusto per lei: il nuovo istituto, pure benvoluto dalle autorità religiose, manca di adeguata assistenza spirituale e la fondatrice non possiede le capacità di guidare delle religiose. Teresa, memore del suo voto, accetta con buon animo tutte le sofferenze e le incomprensioni che rapidamente si accumulano. Padre Pellegrini non tarda a rendersi conto dell'errore, ma Teresa teme di mancare d'obbedienza non adempiendo alle direttive della “Poveretta” o lasciando quella comunità.
Sarà la tubercolosi, la malattia sociale del tempo, a risolvere il problema. Il male attacca la fondatrice che, amorevolmente assistita proprio da Teresa, muore ed in breve tutto il gruppo si scioglie.
Per Teresa, indubbiamente, anche questa si rivela un'esperienza negativa. In prospettiva, però, pure questo insolito noviziato dimostra una sua provvidenzialità: se dalle clarisse aveva imparato la vita religiosa, dagli errori della “Poveretta” e dalle responsabilità che ha accettato di prendere durante la malattia di quest'ultima e in seguito alla sua morte, Teresa apprende la capacità di guidare altre donne. Ancora non lo sa, ma dentro di sé, misteriosamente, è già diventata una fondatrice. Nessun istituto religioso sembra capace di accoglierla perché l' “opera” cui è chiamata da Dio le chiede di crearne uno nuovo. Anche se ha appena 23 anni.
L'esperienza, e la prudenza, consigliano a Padre Pellegrini di prospettare a Teresa una soluzione diversa al suo desiderio di farsi suora. Vivere, per il momento, da consacrata laica, in una casa privata, praticando le preghiere e le pratiche di penitenza più consone al suo spirito in attesa di conoscere meglio e più a fondo la volontà di Dio nei suoi confronti, senza fretta.
Ancora una volta la risposta di Teresa è un sì senza condizioni.

Fondatrice

Teresa CasiniComincia così una nuova avventura. Come si direbbe ai nostri giorni, Teresa va a vivere da sola nella modesta stanzetta di un appartamento sul corso cittadino, il cui unico lusso è un ingresso indipendente, un po' con l'aiuto economico della famiglia, un po' arrangiandosi da sé con parecchi sacrifici. L'esperienza, pur non facile, produce i suoi frutti: la giovane donna si impone una piccola regola di vita che rispetta fedelmente e, pregando, approfondisce la sua fede, affina la vocazione, coltiva il carisma di fondatrice e la spiritualità vittimale. Tali e tanti sono i peccati degli uomini, e tanto dolorosa è la spina che i tradimenti dei sacerdoti hanno conficcato nel Cuore di Gesù, che nessun sacrificio le pare sufficiente ad alleviare il dolore del Signore. Per questo immagina che l'approdo finale del suo cammino non potrà che essere la clausura, l'espiazione perpetua, la totale offerta di sé fino alla morte. Ma sente, da principio in maniera confusa, che Dio non la chiama solo ad offrirsi, anche a fare qualcosa di concreto per i sacerdoti, a creare un' “opera”, appunto, che possa contribuire ad una positiva riforma del clero secolare. Che cosa, non capisce bene, e per capirlo prega ancor di più, sottoponendosi anche a dure forme di penitenza.
Presto non è più sola: il suo esempio comincia ad attrarre altre ragazze, tra le quali Clorinda Canestri. Ad un certo punto la stanzetta non basta più e il gruppetto si trasferisce in un appartamento appena più grande. Purtroppo rinnova le sue visite anche la tubercolosi: Clorinda si ammala, deve tornare a casa. Teresa la assiste fino alla fine, consapevole che stare davanti  alla sua compagna sofferente equivale a stare davanti al tabernacolo del Santissimo Sacramento, perché si fa compagnia a Gesù, presente nel dolore e nell'Ostia consacrata.
Clorinda muore, ma il suo posto viene preso da due nuove giovani. L'offerta e l'espiazione totale di una vita ha prodotto nuove vocazioni. Bisogna affittare, così, un appartamento completo, una cui stanza si trasforma in cappella. È quasi un monastero, il che spinge le sue ospiti ad adottare una specie di abito religioso scuro, di stoffa assai povera. Ma crescono anche le spese e, insieme con queste, i primi dubbi dell'abate Pellegrini che ormai non si trova più ad essere solo il direttore spirituale di un'aspirante religiosa ma la guida di una nuova comunità. Sarà proprio volontà di Dio questa nuova fondazione? O forse il frutto di un peccato di orgoglio? Occorre mettere l'opera alla prova, affidandola totalmente alla Provvidenza. Teresa, così, si vede costretta, lei che appartiene ad una famiglia agiata, lei che desidera vivere ritirata in un chiostro, ad andare a Roma per sfibranti giri di questua lungo le strade. Come sempre, obbedisce, ma è un sacrificio che le pesa moltissimo e desta forti incomprensioni nella sua famiglia. Le elemosine raccolte, inoltre, sono sempre insufficienti rispetto al bisogno, pur contenuto al minimo del minimo. Per fortuna, la Provvidenza interviene all'ultimo momento, attraverso vie e persone inattese.
Per sottrarsi all'incubo della pigione, prende una decisione coraggiosa: vendere la sua parte di eredità e iniziare, col denaro raccolto, la costruzione di una residenza religiosa per sé e per le nuove consacrate, a Grottaferrata. La famiglia le si rivolta contro, ma alla fine accetta la proposta anche se al pensiero dell'affitto da pagare si sostituisce quello, che si rivela ben maggiore, delle spese per la costruzione, del vitto, del riscaldamento. Attraversa un tempo di angoscia e timore di avere sbagliato completamente strada. Però, il pensiero costantemente rivolto alle sofferenze della Passione del Signore le dona la forza di andare avanti, nonostante tutte le apparenze e tutte le sempre più dure richieste di “prove” e di giri di elemosine che le vengono imposte da Padre Pellegrini.
Le chiavi della casa arrivano, infine, il 12 ottobre 1892 e sembra davvero un miracolo. Pochi giorni dopo, il 17, la piccola comunità di consacrate, che tali ormai sono state riconosciute dalla Chiesa, prende possesso della nuova abitazione. Ancora due anni e, il 2 febbraio 1894, si benedice anche la cappella del nuovo istituto, nella quale, grazie al permesso del Cardinale Vannutelli, viene conservato Gesù Eucarestia.
Intanto, nonostante le periodiche visite della tubercolosi, è cresciuto pure il numero di queste prime “Vittime del Sacro Cuore di Gesù”, che ora sono in sei. Perfino Padre Pellegrini, che pure non abbandonerà più un certo scetticismo sul futuro di un'opera che egli stesso ha fatto nascere, si lascia andare ad una significativa confessione: “Teresa... hai saputo lottare con coraggio, da sola. Sei arrivata dove sentivi di dover arrivare per la tenacia della tua fede, per la forza della tua volontà che ha amato Dio più di qualunque altra cosa, più di qualunque altro bene.sono stato più spettatore che attore, nei tuoi confronti. A volte ho cercato perfino di ostacolare il corso degli avvenimenti. Ma tu hai trionfato su tutto, perché hai amato. Oggi il sogno si compie: il tuo e il mio!”.
Sembrava un punto di arrivo, il traguardo tanto atteso dopo anni di sfibranti fatiche. Ma Teresa è ben consapevole che, invece, si tratta della linea di partenza, che il suo lavoro, l'opera di portare anime a Dio, e particolarmente anime di sacerdoti, è appena all'inizio.

Teresa CasiniLe “Vittime del Sacro Cuore di Gesù” non hanno ancora una regola canonicamente definita, ma seguono un modello di vita che, in pochi ed essenziali princìpi, sintetizza la loro aspirazione alla condivisione della sofferenza di Gesù e al sacrificio di sé per il bene delle anime: “clausura completa, tolto anche l'uso del parlatorio. Il silenzio pressoché continuo. L'esercizio dell'annegazione della propria volontà, senza eccezione. Una perfettissima vita comune e povera, quanto il comportino le necessità della vita. Un moderato esercizio di mortificazione esterna. Il lavoro delle mani. La preghiera”.
Una scuola dura, che  però, proprio grazie alla sua radicalità, attrae. Passano ancora due anni e le “Vittime” diventano tredici. La bontà dell'albero si vede dai suoi frutti e il fiorire delle vocazioni fuga, seppur con una certa lentezza, gli ultimi dubbi delle autorità ecclesiastiche e facilita, attraverso i soliti ed inaspettati canali, il lavoro della Divina Provvidenza che interviene per pagare i conti dei muratori e procurare il pane e la verdura per il quotidiano sostentamento delle sorelle.
Di tutto questo, purtroppo, solo una persona sembra non accorgersi. Il direttore spirituale del monastero, Padre Pellegrini, pone difficoltà, rallenta il cammino verso le vestizioni, raffredda l'entusiasmo delle suore dicendo che l'Istituto non ha futuro e morirà con loro, sempre che non se ne tornino tutte nelle loro case prima. Come il tradimento dei sacerdoti è la spina nel Cuore di Gesù, così il comportamento scostante del direttore spirituale diventa la spina del cuore di Teresa. E così come il Signore sopporta la sofferenza, anche lei sopporta la situazione pregando per lui. E per altri sacerdoti per i quali, attraverso una sempre più fitta corrispondenza, giungono, anche dall'estero, richieste di “intervento spirituale”.
Tutto appare ben avviato, anche se sopraggiungono segnali opposti: alcune suore rinunciano, altre creano o fomentano dissidi, mettendo in discussione le direttive della fondatrice le cui forze e la cui salute, provate da tanti anni di patimenti, cominciano a ridursi. Uno alla volta, con serena pazienza e tranquilla determinazione, i problemi vengono risolti da Teresa che aspetta e sopporta. Certa che quel che non viene da Dio non dura a lungo mentre ciò che risponde alla sua volontà presto o tardi emerge con chiarezza.
A confortare le suore arrivano apprezzamenti autorevolissimi. Quello del Vescovo di Frascati Cardinale Francesco Satolli, innanzitutto, e poi un'udienza da Papa Pio X, nel 1903, che invita Teresa a “proseguire l'Opera senza lasciarsi spaventare dalle difficoltà che sono indispensabili nei principi delle opere di Dio”. L'invito si rivela quanto mai opportuno perché sulle “Oblate del Cuore di Gesù” - come si chiamano adesso - piove ora un'altra accusa: quella di essere troppo povere, per colpa dei debiti ancora da pagare e per la troppa generosità della fondatrice che accoglie le novizie senza chiedere loro la tradizionale “dote” da portare in soccorso delle finanze del monastero.
Teresa non si scompone e si difende con forza: “Se l'opera ha sempre progredito, perché mai temere che la Provvidenza possa ritirare la sua protezione? Certo che quando per la sola colpa di essere povera si farà comprendere che quest'opera non può più essere tollerata, allora a noi non resterà altro che abbandonare la diocesi, sicure che il Signore ci seguirà ovunque e continuerà a proteggere la sua opera”. Come si vede, il fatto di sentirsi ed offrisi “vittima” non impediva a Teresa di esprimere chiaramente la sua opinione, quando la coscienza le suggeriva che era necessario. Fermo restando che, se le fosse stato ordinato di chiudere od andar via, ella avrebbe prontamente obbedito. Ma questo non succederà mai.
Nel 1908, alcune divergenze con Padre Pellegrini circa le costituzioni che quest'ultimo vuole ora imporre alle suore, senza averle mai consultate a riguardo, sono la goccia che fa traboccare il vaso. L'abate perde la pazienza, se ne va e, col parere favorevole della Curia, viene prontamente sostituito da un “confessore straordinario” marista.
Il passaggio è importante perché si accompagna ad un'evoluzione dell'Istituto che, dalla clausura stretta, si apre verso l'esterno. Senza modificare in nulla i punti cardine della spiritualità vittimale delle Oblate (del resto la parola “oblata” vuol dire proprio cosa o persona totalmente offerta a Dio), le suore cominciano a rispondere ad alcune richieste di servizio che arrivano loro dai fedeli e dalla diocesi.

Il primo campo d'azione delle Oblate è, con straordinaria intuizione, quello delle famiglie, nelle quali Teresa già allora scorge quei germi di disgregazione che tanti problemi producono, ai nostri giorni, alla società civile ed alla Chiesa. Si comincia con semplici “scuole di lavoro”, create con pochissimi mezzi per insegnare alle ragazze di più umile condizione alcune pratiche nozioni di economia e lavoro domestico, il catechismo e la capacità, quando necessario, di riportare “anche gli sposi traviati sul retto sentiero della Fede”.
L'iniziativa ha un successo davvero inaspettato, al punto che le ragazze finiscono con l'avere un tale desiderio di andare a lezione dalle suore da non farsi più vedere in parrocchia. Parrocchia che, a Grottaferrata, coincide con l'Abbazia di Padre Pellegrini. Per evitare nuove incomprensioni ed ostilità, l'esperienza viene trasportata a Roma, sotto forma di educandato. La risposta della capitale è molto buona e nel volgere di pochi anni arrivano richieste di aprire altri educandati da varie diocesi.
L'Istituto delle Oblate si orienta perciò verso la vita attiva. Anche Teresa si trasferisce a Roma.
L'artefice del cambiamento è il Cardinale Satolli, motivato sia dalle necessità dei fedeli, sia dalla consapevolezza che la creazione di un ramo di vita attiva consentirebbe di reperire quei mezzi la cui mancanza, nel recente passato, ha reso di fatto impossibile a Teresa quella vita claustrale che immaginava per sé e per le sue compagne. Dopo tante prove ed un già lungo cammino affrontato, bisogna pur prendere atto della realtà.
Per Teresa il passaggio presenta qualche rischio. Come avrebbe potuto il suo ancor giovane e piccolo Istituto rispondere e resistere agli innumerevoli bisogni di una società in rapida evoluzione, senza farsene travolgere? Ma restando invece ancorata alla clausura, non avrebbe corso il rischio di una progressiva chiusura in sé stesso dell'Istituto e di un altrettanto grave stravolgimento delle sue finalità per le pressioni dei problemi economico-amministrativi?
Ancora una volta, la decisione finale viene presa con il metro dell'obbedienza, rinforzato da una riflessione che matura lentamente e rappresenta, per così dire, la quadratura del cerchio: ella ha sempre desiderato, insieme con le compagne, sacrificarsi per portare anime a Dio, particolarmente anime di sacerdoti. Aiutare le giovani destinate a diventare madri a generare figli cristiani, e poi, magari, aiutare quelli tra questi che presentino i segni di una vocazione a coltivarla e maturarla nel migliore dei modi può essere il modo più efficace per portare a compimento il carisma dell'Istituto: lavorare per la santificazione dei sacerdoti e portare nuove anime a Dio.
Teresa CasiniCon il pieno sostegno del Cardinale e di altri autorevoli prelati, è proprio questa la via che intraprendono le oblate. Di conseguenza, agli educandati (un'esperienza destinata a ridimensionarsi per il progresso dell'istruzione scolastica) si affianca l'accoglienza dei bambini orfani o abbandonati, all'accoglienza dei bambini la loro istruzione e, per alcuni di loro, la preparazione all'ingresso nel seminario.
Era accaduto, lungo gli anni, un fatto naturale: lo spirito di preghiera, l'umiliazione, l'obbedienza e quel sacrificio senza limiti che porta all'espiazione, avevano agito insieme, e più che respingere il mondo il mondo, l'avevano invece attratto e reso misteriosamente più vicino, come se proprio in quel luogo di nascondimento, i drammi e le tragedie trovassero un'eco più vera e più profonda. Quella che poteva sembrare una fuga dal mondo, si rivelava, sempre più chiaramente, un modo per vedere più da vicino i problemi per affrontarli innanzitutto dalla parte del cuore. Come testimonierà anni dopo l'oblata Maria Clara D'Amico, lo scopo principale dell'Istituto restava quello di  pregare e santificarsi per la santificazione del clero e da questo, in secondo luogo, era maturato quello di “prendere bambini, educarli e formarli molto bene e, se avessero avuto il germe della vocazione, indirizzarli al sacerdozio”.
La prima guerra mondiale, con il suo carico di lutti e di distruzioni, provvede a condurre alla porta delle suore tanti piccoli bisognosi, per i quali Teresa si rivela “madre” in tutti i sensi della parola.
L'arrivo dei “Piccoli Amici di Gesù”, come saranno chiamati, induce Teresa anche a scrivere un utile trattato sul modo di insegnare il catechismo ai fanciulli che resta, forse, il suo scritto più noto ed apprezzato.
Va precisato, a questo punto, che Teresa Casini, pur avendo ricevuto un'educazione accurata, propria del rango della sua famiglia, non ebbe mai inclinazioni accademiche o desiderio di scrivere libri. L'elevatezza della sua spiritualità ci viene  testimoniata, però, non solo dal ricordo delle consorelle ma anche da alcuni opuscoli e da diverse “conferenze” da lei preparati per le suore. Tenendo conto che la presenza discontinua dell'Abate Pellegrini la obbligò in più di una occasione a fare da consigliere spirituale alle compagne.
Anche questa tappa della vita di Teresa Casini, come tutte le altre, non le risparmia fatiche e difficoltà. Non tutti, anche all'interno della Chiesa, considerano giusto affidare a delle donne, ancorché consacrate, l'educazione di futuri sacerdoti. Qualcuno si lamenta del metodo, che sarebbe troppo blando, adatto tuttalpiù a formare bambine alla vita domestica, e non futuri sacerdoti alle durezze dell'apostolato, altri accusano le suore di superbia.
Teresa sopporta, confortata dal fatto che, a dispetto delle chiacchiere, il numero dei Piccoli Amici cresce sempre di più ed anche il metodo educativo (in cui si vede anche la mano del nuovo direttore spirituale don Perrone) dimostra la sua validità, per molti aspetti allora veramente innovativa: niente mezzi estremi e tantomeno punizioni corporali, ma persuasione, dialogo, esempio e linguaggio adatto alle capacità di comprensione dei più piccoli. Come suggerito nel catechismo di Teresa.
Col crescere dei bambini, si fanno anche delle gite a Roma o fuori porta, per una salutare partita di pallone.
Nel 1925 viene chiuso l'educandato femminile ed il lavoro delle Oblate viene assorbito tutto dai Piccoli Amici che il nuovo Vescovo di Frascati Michele Lega porta anche dal Papa. Ha buoni motivi per farlo perché parecchi seminari, compreso quello Romano, e noviziati di ordini religiosi aprono le porte ad alunni provenienti dalla scuola delle suore. I quali, in non pochi casi, si fanno onore negli studi, ad ulteriore smentita dele insinuazioni sulla validità della loro educazione.
Nello stesso anno, quello del “Giubileo della riconciliazione”, Teresa incontra il Vescovo di Foggia Fortunato Maria Farina, ammiratore e sostenitore dell'opera delle Oblate. Al punto da invitarle ad aprire un collegio di Piccoli Amici nella sua diocesi pugliese, iniziativa che si concretizzerà nel 1929 dopo un lungo e memorabile viaggio in treno di cinque piccoli e poche suore. Da questo seme germoglierà, nel 1933, il “Piccolo Seminario Vescovile” di Foggia.
Esito opposto ha, invece, il progetto di costruire una nuova e capiente casa per i Piccoli Amici a Tormarancia, una zona periferica di Roma. La cerimonia della posa della prima pietra viene turbata  da un attacco di paralisi che colpisce Teresa, anche se ella poi sembra, almeno in parte, guarire. La costruzione si blocca sul nascere, a causa di promessi finanziamenti che non si concretizzano per colpa di speculatori senza scrupoli. Alla prima pietra, così, segue solo una pietra sopra.
Il fallimento viene però almeno parzialmente riscattato dalla partenza di alcune suore per gli Stati Uniti. Nate e cresciute nella piccola Grottaferrata, le Oblate ormai varcano l'Oceano dando alla giovane congregazione un respiro universale come quello della Chiesa di cui sono figlie.

A un anno di distanza da quello del 1925, Teresa subisce un altro attacco di paralisi dal quale, stavolta, non riesce a riprendersi. I medici le suggeriscono di cambiare aria. Quella di Grottaferrata è meno umida della romana e così, certamente ripensando ai suoi  precedenti ritorni da Roma a Frascati e Grottaferrata di quando era solo una giovane aspirante religiosa, Teresa compie questo ultimo viaggio, consapevole che sta arrivando il momento di fermarsi e di affidare ad altri tutto quel che ha fatto in nome di Gesù. Questa prospettiva, però, non la turba: sin dall'inizio ha desiderato offrire a Dio tutta sé stessa e l'offerta della propria vita è solamente l'ultimo necessario anello di una catena di sacrifici intrapresi per portare anime a Gesù.
Teresa è costretta a letto. Ma questo non significa per lei inattività. Tutt'altro. Con il pensiero sempre rivolto al bene e al futuro dei Piccoli Amici, ella trasforma il suo giaciglio di ammalata in cattedra da cui esercitare la funzione di guida delle consorelle e dell'Istituto delle Oblate. La porta della sua stanza si apre a chiunque abbia bisogno di un colloquio con lei. Arrivano visite anche dall'esterno. Una donna le si presenta su invito di Padre Pio da Pietrelcina, il quale non ha mai incontrato Teresa Casini ma, attraverso le misteriose vie delle anime mistiche, la conosce bene come “vera vittima” del Cuore di Gesù. La donna si trattiene per due ore dopodiché torna a casa raggiante per quell'incontro “provvidenziale per la sua anima”.
A volte Teresa ascolta parole che vorrebbero consolarla della sua malattia, cui risponde, invariabilmente, con un: “Figlia mia, perché mi devo lamentare? Io offro tutto al Signore”. Più dei dolori la rattristano alcuni malumori che sorgono, all'interno stesso della casa di Grottaferrata, quando, su richiesta dei rettori dei seminari Minore e Maggiore di Roma che hanno deciso di allungare alla prima e alla seconda ginnasiale il periodo di pre-ingresso nelle loro strutture, viene affidato alle suore anche questo compito educativo. Il che comporta, aumentando l'età dei fanciulli da educare, la creazione di un nuovo collegio.
Lo stesso desiderio di essere più vicine alla loro madre malata, di entrare a far parte di una immaginata cerchia di predilette provoca l'invidia di qualche sorella e mormorazioni che arrivano fino al capezzale di Teresa. Che prega, ascolta e scrive alcuni opuscoli, offerti in dono alle sue suore in occasione di particolari festività. Si intitolano “Lo spirito dell'Istituto” e “La mia vita sotto lo Sguardo Divino”. Senza pretese letterarie esprimono il desiderio di definire ogni aspetto del carisma delle Oblate e indicare la via per restare fedeli alla vocazione originaria, contro ogni tentazione di smarrimento.
Teresa CasiniNel 1937 la malattia giunge al termine del suo corso. Quattro Piccoli Amici del Seminario Romano ottengono il permesso di un'ultima visita. Don Cosimo Petino trova il coraggio di dire: “Madre, ora non deve morire, perchè deve assistere alla mia prima Messa, che celebrerò nel prossimo anno”. Teresa, che tante volte ha chiesto a Dio proprio questa grazia, di assistere alla prima messa di uno dei suoi Piccoli Amici, sussurra: “Io non ci sarò più. Tuttavia, se Iddio me lo permetterà, io assisterò in spirito al lato dell'altare, mentre tu celebrerai la prima Messa”. E allora Don Cosimo: “Da che parte si metterà, Madre?” “Dalla parte che vorrà il Signore”.
La sera del 2 aprile, profittando di un breve miglioramento, Teresa riceve il sacramento della riconciliazione. Afferma: “sto tanto tranquilla. Sento Dio vicino a me”. Sono le sue ultime parole. Muore, serenamente, nelle prime ore del mattino del 3 aprile.
Per tre giorni la casa delle Oblate di Grottaferrata è meta di un continuo pellegrinaggio. Tutto il paese vuole rendere omaggio a colei che tutti considerano una santa. Proprio quel paese che, quando era giovane, le aveva voltato le spalle, non la capiva, la prendeva in giro perché, pur di famiglia altolocata, vestiva di stracci e portava le fascine di legna da ardere sul capo, come le contadine, ora non la vuole mollare più, riconosce che è stata una madre per tutti, piccoli e grandi amici di Gesù.
Madre Teresa Casini viene sepolta, provvisoriamente, nel cimitero cittadino. Tornerà nella sua casa di Grottaferrata, come si è detto all'inizio, dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1938, ad un anno di distanza dalla sua morte, viene ordinato sacerdote il primo seminarista proveniente dai Piccoli Amici.

La catastrofe della guerra mondiale, che travolge direttamente il territorio dei Castelli Romani, risparmia l'Istituto delle Oblate del Sacro Cuore che patiscono la fame ma non risparmiano aiuti e ospitalità alle persone che bussano alla loro porta. Tra gli assistiti ci sono anche alcuni sacerdoti che si ritrovano abbandonati, bisognosi di cure, senza nessuno. È il segno di un nuovo campo di apostolato, destinato ad espandersi. Il collegio di Villa Doria si trasforma in una specie di “pronto soccorso sacerdotale”. Molte suore, inoltre, vengono chiamate nelle parrocchie dai parroci di Roma. Dalla clausura, alle opere apostoliche; dai “Piccoli Amici” all'assistenza ai sacerdoti, anche fuori dall'Istituto... il carisma di Madre Casini dimostra una sorprendente flessibilità nell'adattarsi a nuove situazioni e nuovi bisogni. A qualcuno sembra, forse, un percorso un po' contraddittorio e facile agli scossoni. Altri, i più, vedono in questa evoluzione lo sforzo costante di essere in ogni momento utili strumenti di servizio al progresso della santità sacerdotale.
Il servizio nelle parrocchie produce una nuova realtà, quella delle sorelle aggregate. Sono donne mature che aiutano le suore nel servizio ai sacerdoti, pronunciando voti temporanei.
Nel 1950 le Oblate devono abbandonare la residenza di Villa Doria, richiesta dai proprietari. Fortunatamente si rende disponibile un casale poco distante. Grazie all'intervento di Monsignor Ernest Moodie, un prelato americano in possesso di buone disponibilità finanziarie, l'edificio viene ottimamente adattatato alle necessità di una casa d'accoglienza per sacerdoti, con una capienza di sessanta posti letto ed un parco attrezzato. Con il passare degli anni il complesso subisce continui miglioramenti, diventando l'attuale “Villa Maria SS. Assunta”, la casa sacerdotale delle Oblate.
Parallelamente, il collegio dei Piccoli Amici si struttura tra convittori e semiconvittori esterni, aumentando lo spazio disponibile per i sacerdoti che formano, così, una vera e propria comunità. Proprio quella comunità sacerdotale immaginata, tanti anni prima, da Teresa Casini.
Oltreoceano, le Oblate si stabiliscono in Ohio e poi in Brasile, compiendo, così, anche la scelta missionaria, sempre in nome del servizio ai sacerdoti.
Nel 1965, a quasi trent'anni dalla morte di Madre Casini, le Oblate trasferiscono la loro casa generalizia in un nuovo fabbricato a Via del Casaletto. Grottaferrata, comunque, resta la casa madre dell'Istituto, particolarmente cara alle sorelle perché custodisce le spoglie della fondatrice.
Siamo arrivati, ormai, all'epoca del Concilio Vaticano II alla luce del quale l'apostolato delle oblate appare per molti aspetti anticipatore dei tempi. Secondo Renato Luisi, Vescovo di Nicastro, Madre Teresa Casini ha anticipato, con la sua opera, ciò che il Vaticano II ha scritto nel decreto “Presbyterorum Ordinis” dedicato ai sacerdoti, soprattutto laddove si invitano i sacerdoti a perseguire la via della santità facendosi i più alti testimoni dell'amore di Cristo. “Teresa – disse Monsignor Luisi commemorando il trentesimo anniversario della scomparsa di Madre Casini – contemplava questo vertice della santità come se le appartenesse in proprio”. Da questa appartenenza derivava tutta l'azione delle Oblate: pregare per i sacerdoti infermi e per quelli perseguitati, per i moribondi e per i defunti, per i tentati e per quelli caduti lungo il cammino, aiutandoli tutti, memore di quella spina che non cessa di angustiare il Cuore di Cristo.

Teresa CasiniAlle origini della spiritualità di Teresa Casini troviamo, indubbiamente, la devozione al Sacro Cuore di Gesù, tipica del periodo storico in cui nacque la fondatrice delle Oblate.
Sarebbe però profondamente riduttivo considerare oggi, all'inizio del terzo millennio, ottocentesco o comunque sorpassato il suo carisma. Esso, viceversa, fu straordinariamente al passo con i tempi e merita di essere riscoperto e rivitalizzato anche nel presente.
L'azione di Teresa ha accompagnato, e forse per qualche aspetto anticipato, tutto lo sforzo di rilancio della santità sacerdotale compiuto dalla Chiesa, nell'arco di tempo teso tra il Concilio Vaticano I e il Vaticano II, per porre rimedio a situazioni di decadenza che, specie nell'Italia centro meridionale, oltre a danneggiare le anime nulla avrebbero potuto opporre contro l'avanzare delle ideologie atee e materialistiche e della secolarizzazione.
Alla luce di questo condiviso bisogno di riforma, anche l'aspetto più propriamente “vittimale”della spiritualità di Teresa (quello, certamente, più difficile da comprendere per una giovane moderna) perde ogni connotazione patologica. Teresa non cerca il sacrificio per il gusto di soffrire o per una sorta di morbosa gratificazione fine a sé stessa. Tutt'altro: la ragione sta nella costatazione della gravità dei peccati degli uomini, e dei sacerdoti in particolare, che fanno soffrire Gesù perché rinnovano la continuazione del suo sacrificio. Partecipando della sofferenza di Cristo, si compartecipa della sua azione di salvezza e così non solo si “ripara” al dolore di Dio, ma si propaga all'umanità il dono della salvezza e della redenzione. Opera tanto necessaria nel secolo scorso quanto urgente anche in quello attuale e nei futuri.
L'apertura, spirituale e mentale, di Madre Casini, è chiaramente testimoniata proprio dall'evoluzione dell'Istituto. Le Oblate affrontano sì, specie all'inizio, sacrifici e rigori notevoli, ma di fatto non vi è nulla di rigidamente preordinato nel loro offrirsi a Dio. I modi variano nel tempo e a seconda del sorgere di nuovi bisogni. La cosa veramente fondamentale – l'oblazione, se vogliamo usare il termine ecclesiastico -  non consiste dunque nel fare una certa opera di carità, semplice o difficile che sia, o nel patire una certa sofferenza, grande o piccola, cose importanti però esteriori se considerate fini a sé stesse, ma nell'essere interiormente in stato di grazia, cioè sempre in ascolto e a disposizione della volontà di Cristo, quale che essa sia, in fiducioso abbandono alla Provvidenza. Con un particolare amore e una particolare attenzione, questo è evidente, per la Chiesa di Cristo e per i suoi sacerdoti.

Tutto il resto, poi, viene da Dio e dal suo amore perché, come diceva Teresa, quando uno ama, non sente la fatica.

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